Ho sentito oggi per telefono un mio amico del nord che mi ha chiesto la cortesia di non inserire dati che potrebbero far risalire a lui con precisione chirurgica perché preferirebbe non finire al centro dell’attenzione o peggio essere letto con “pena”.
Gli ho domandato se però a grandi linee potessi scrivere la frase da lui pronunciatami in chiamata per far capire, a chi ci legge, il contesto di quelle parole.
Mi rimane ancora oggi difficile comprendere non perché chi ha sofferto veramente nella propria vita, sia adesso così saggio, ma perché quando si ha tutto l’essenziale per non lamentarsi, si trova il dettaglio per apparire come martiri.
Questo ragazzo nel 2018 ha avuto un incidente, durante una di quelle discipline che si fanno prevalentemente quando si è giovani pensando che nulla può scalfire un fiore appena sbocciato, peccato che anche se germogliati da poco, la grandine può rovinare i petali.
Amante del parkour, del brivido, delle emozioni forti, in quel maledetto anno e in quel maledetto mese di aprile, qualcosa andò storto nel saltare tra il cemento dei condomini.
Caduta rovinosa a terra, poi il buio. Lesione del midollo spinale.
Mi raccontava che risvegliarsi su un letto ospedaliero e vedere che oltre alla testa e parzialmente le braccia nulla più risponde alla volontà come prima, è qualcosa che non realizzi subito, non ci credi, aspetti il medico, lo stesso che però poi sentenzia:“Mi dispiace ma non potrà più usare le gambe”.
Qui però arriviamo alla frase, breve ma di una profondità indescrivibile, senza fondo: “Non muovo più bene il mio corpo ma posso muovere il mio cervello”.
Di fronte a una riflessione del genere, a maggior ragione se invece di chiudersi, lui ora lotta quotidianamente per l’abbattimento delle barriere architettoniche e nel suo piccolo sensibilizza su come sia stato grato alla vita di avergli dato una seconda chance invece di conseguenze peggiori, non so se ci sia altro da aggiungere ma spero che lasci dei pensieri costruttivi su cui poter ragionare.
Daniele Piersanti